è come una matriosca, il più grande a contenere il più piccolo. c'è odore di primavera nell'aria e la pazzesca sensazione di aver ribaltato tutto un'altra volta, fino al disorientamento. amo questa città rannicchiata col culo sui colli e il naso a respirare la pianura padana, come se fosse casa mia. tutto intorno come un enorme teatro, smaschero ogni personaggio uno alla volta mentre smaschero me stessa, mi spoglio di tutto e nuda volo su una spazzola magica, in alto, sfiorando il sipario con il piede, cercando l'amore nelle sue forme più violente e pericolose, come nel personaggio di quel romanzo ambientato a mosca che mi hai letto per cullarmi nel sonno. cerco il punto dove inizia la pioggia, dove i sogni si schiantano nella realtà, cerco di arrivare all'orizzonte come un'adolescente che insegue un'utopia a passi lenti e irregolari. chiederei scusa all'infinito, tutte le volte che ho fatto male a qualcuno. chiedo perdono agli altri e a me stessa, ma la stabilità prende la forma di una gabbia d'oro nella mia mente, come quelle villette a schiera tutte perfette e uguali, con i gerani in ordine sui balconi e la macchina pulita parcheggiata davanti casa. come certe coppie che dopo anni si guardano negli occhi e si riconoscono estranei uno all'altro, ma incatenati. deve essere come risvegliarsi da un lungo letargo, aprire gli occhi e sentire di impazzire. essere adulti, ma ho un debito da saldare con quella bambina che credeva nelle favole e nelle fate. mi dò la possibilità di imparare ad affondare le radici, ma a mio modo, senza rinunciare a sentire le farfalle nello stomaco. mi perdo in quegli occhi, imparo a legarmi in modo del tutto nuovo. e tu, raccontami la storia delle tue cicatrici, mentre mi marchi a fuoco l'anima.
via. via da te e via anche da me. non mi era mai capitato di abbassare così tanto la testa nè le armi, e ora dove le ho nascoste? rivoglio le mie armi, cariche ed allineate intorno a me, tra me e il mondo, tra me e gli uomini. vorrei piangere,ma senza sentire più niente. più niente. mi sento nel mezzo di una pianura sconfinata e scopro che qui ci sono solo io, ci sono io lacerata ma tutta intera, mi scopro abbastanza presente a me stessa da rialzare la testa, strisciare nel fango in cui mi sento finita ma pur sempre respirando. un incontro strano, una lettera strappata, lo sguardo strampalato di quel bambino. sono io a piangere di un amore difficile e violento sulle spalle di chi fino a poco tempo fa mi ha amato, sono io a riempirmi la bocca di verità senza correre ai ripari, sempre io a prendere a morsi le maschere. sarò io a dover aprire gli occhi, guardarmi intorno e decidere dove andare, sarò solo io a partorire i miei sogni senza farmi scartavetrare l'anima, solo io a camminare, scivolare, schivare ostacoli. ho paura? non fa niente. sono innamorata? non fa niente. è dal niente che può nascere il tutto, io in questo niente ci annego e ne riemergo in continuazione, riemergo in altra forma, entro nuova pelle. cosa voglio? voglio annegare per riemergere tutte le volte che sarà necessario fino a quando non avrò trovato il modo di non voltare le spalle a ciò in cui credo. al di là di tutte le testate contro il muro, so che lo riconoscerò come tale dal primo momento, a prima vista, senza alcun dubbio nè esitazione. ne ho bisogno? forse no. forse ora ho solo bisogno di sedermi davanti a me ed esplicitarmi una volta per tutte. non son mai stata brava a trovare il modo e i tempi giusti, quando mi sembra necessario mi butto anche senza sapere se il paracadute si aprirà. sbaglio, probabilmente. ma mi piace sbagliare, evidentemente. esisto in modo violento e brusco, odio sentirmi ingabbiata o confinata, mi auto-esilio da sola quando lo reputo necessario, l'arte dello scomparire devasta me e chi mi sta intorno, scompaio a me stessa quando smetto di sentire bloccata dalla paura, riappaio nel momento in cui trovo di nuovo fondamentale sentire fino in fondo, sentire fino ad impazzire. FORZA-CORAGGIO-TESTA ALTA.
piccolina. ti direi, ti darei. ti scrivo ora che mi hanno detto che hai un nome, esisti in modo del tutto inaspettato e curioso e nei pensieri mi trovo a parlare a questa (m)te così minuscola. stringi i denti quando la vita diventerà dura e tutto intorno ti sembrerà difficile ed enigmatico. abbi il coraggio di non ingannare mai te stessa, ma allo stesso tempo di dubitare di te stessa, sappiti ascoltare, sappiti sentire. ti diranno che ci sono cose giuste e cose sbagliate, ti diranno che il mondo si divide in buoni e cattivi, ti diranno spesso che per loro la cosa giusta è chiara e quasi ovvia. ti faranno sentire anche sbagliata ed egoista quando navigherai contro vento, bolina stretta, quando la barca è al limite del controvento; tuttavia il vento continua a fare pressione sulla superficie velica... non ti fidare di chi mastica le sue verità e svende certezze a basso prezzo. non svendere mai i tuoi sogni e le tue speranze. non svenderti mai, per nessuno e per nessun motivo. fidati solo di chi ti sa ascoltare in silenzio, di chi con gli occhi ti sfiora dentro, di chi con te nel dubbio rimane. fidati solo di chi ti vuole davvero bene, di chi è abbastanza coraggioso da insegnarti ad esserlo e soprattutto datti il tempo di imparare a ri-conoscere di chi fidarti. datti sempre tutto il tempo di. non bruciare le tappe, non correre se non scalza con il vento in faccia urlando di gioia per aver trovato la forza di. e solo da chi si è meritato la tua fiducia, fatti insegnare ad aspettare, ad avere pazienza, a guardare in faccia le paure e prenderle a schiaffi. fatti insegnare a non temere il buio e le incertezze. col tempo assaggerai anche il sapore di ciò che dicono essere la stabilità, affonderai appena le radici e ti potrà capitare di sentirti morire di paura e ti potrà capitare di voler scappare. fatti insegnare a essere presa per mano. imparerai ad amare e ad essere amata. nutriti sempre della verità, per la verità varrà la pena di rischiare, di cadere, di farti un male violento. imparerai a rimettere insieme i cocci. continua sempre a sognare anche quando ti diranno di tornare coi piedi per terra: decidi tu su quale terra atterrare e da quale altezza lanciarti, decidilo sapendoti ascoltare bene. piccolina, imparerai a essere meno testarda (?) ma senza rinunciare mai a ciò in cui credi, imparerai a piegare la realtà ai tuoi sogni e non viceversa. non dimenticare mai come si fa a giocare, non smettere mai di credere del tutto nella magia, perchè proprio quando smetterai di crederci, la troverai sotto varie forme e la saprai riconoscere. continua sempre a colorare e ridisegnare il mondo tuo e di chi ti sta intorno. sappi sorridere, ma anche non aver paura delle lacrime. e non dimenticare come si fa ad arrampicarsi sugli alberi, a scavalcare cancelli ed esplorare case abbandonate, non dimenticare come si fa a difendersi, affilerai le armi crescendo. ci saranno momenti neri di crollo e momenti incredibili in cui tutto sarà vero e tondo, vola mentre ti concedi di perdere la testa. cerca di essere coerente con te stessa ma perdona le tue contraddizioni. sappiti perdonare. ti direi anche altro, ma ora sopra ogni altra parola, ti stringerei in un abbraccio che ti faccia sentire tutta intera e ti sussurrerei in un orecchio che ti auguro di trovare il modo non di essere felice, ma di vivere violentemente tutto. ti darei un bacio sulla fronte e aspetterei il tuo dormire.
caro dà, lo spazio urbano non è mio nè tuo, ma è nostro. è di una collettività che nel tempo si sta sgretolando sempre di più, il rischio è diventare monadi. noi no. ci riappropriamo del nostro, del collettivo, dell'urbano, del mondo. so bene cosa voglia dire appollaiarsi in un punto alto di una città ipotetica. sopra una cabina elettrica, sopra un muretto, sopra i colli. sopra. lasciarsi assorbire dal tutto che è intorno, fino alle vertigini dello scorrere esterno che diventa interno. leggo quello che hai scritto come abbracciarti, rispondo in ritardo perchè qui si muove tutto velocemente. vorticosamente. è la rivoluzione del mondo a farci il solletico sotto ai piedi. mentre camminiamo. questo è forse il periodo più difficile ma anche più incredibile della mia vita, trovo il coraggio di capirmi meglio e di scegliere di prendere a testate le mie paure. quando tornerai, mi troverai nuovamente cambiata, ti racconterò. i treni mi portano tutti al sud. cara basilicata, cari balli di gruppo in lontananza. ora sempre più lontani. su questo treno imparo a esistere da sola, mi interrogo, mi disconosco e mi ritrovo. chiudo gli occhi e vedo coi tuoi occhi lo "sfociare delle ruote sull'asfalto" di quella strada, il brulicare della gente verso centri commerciali, grandi madri illusorie che svendono felicità a basso prezzo. noi però abbiamo imparato a dubitare che la felicità stia nei vestiti alla moda o nei cellulari che fanno cose inutili. il consumismo a cui comunque siamo costretti, abituati, assuefatti, pare anche a me insano, crollo dell'altezza. impariamo ad opporci a quel tipo di felicità, a cercarne una meno semplice ma più vera, complessa....e che paura in questo cammino quando ci accingiamo a fare passi verso direzioni che agli altri sembrano folli e sbagliate. impariamo ad ascoltarci. la domanda che mi ruota in testa è esattamente la tua stessa, con le tue stesse parole: "che farò da grande e dio ho già 28 anni, come si coniuga questo?" .non lo so. so solo che stiamo camminando forse correndo verso direzioni nuove e impreviste, pericolose ma vitali. la vita. credo che quello che non vogliamo fare è trascinare la vita come un ororlogio fermo, quello che invece vogliamo è il sogno lungo e cosciente di poter vivere pienamente, assaggiare tutto dal dolore più intenso, come quello dei lutti che spezzano a metà, delle amicizie che finiscono come una lama dentro che taglia in due, alla gioia più intensa, come quella del ritrovarsi, dello scoprire, del saper sorridere e ridere, del volare. tutto è noi e noi siamo tutto. le macchine che sfrecciano lungo le strade più care o lungo quelle sconosciute, il sorriso di un bambino, qualche volto, qualche voce, l'odore dell'inchiostro invecchiato, del caffè la mattina, tutti i ricordi che a tratti ci abbracciano e a tratti ci prendono a schiaffi. e poi la notte che disegna i geroglifici infranti delle stelle. ora mi vengono in mente le volte in cui ci bruciavamo i piedi sulla sabbia bollente, la fontanina nella piazzetta, il sapore delle friselle, le prime volte che ci hanno fatto scoppiare il cuore in gola, il nostro parlare, gli occhi di m., i fanghi, la luna, i brillantini nell'acqua di notte, il bagno di notte e i nostri falò, le rane morte per il caldo del sud nella campagna di c. e c., la sensazione di essere una famiglia e poi tutti i cambiamenti che ci hanno portato al qui e ora. non rimpiango nulla, visto che sono passati anni e stiamo qui a scriverci nonostante ci separi davvero un oceano e non più solo poche ore di treno. completezza. mentre tutto scorre. ti abbraccio.